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Venerdì 6 Dicembre 2019

Castelmola

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COMUNE DI CASTELMOLA

Indirizzo: Piazza Cappuccini, - 98030 Castelmola (ME)

Telefono centralino: 0942.28185 - Fax Municipio:0942.28238 – 0942.28195

 

Stato: Italia

Regione: Sicilia

Provincia:Messina

Zona:Italia Insulare

Latitudine: 37° 51' 32''N

Longitudine: 15° 16' 40''E

Altitudine:529 m s.l.m.

Perimetro comunale: m. 16.803

Superfice comunale: m². 17.142.482

Comuni limitrofi: A est: Letojanni; a nord: Mongiuffi Melia; a ovest: Gaggi; a sud e est: Taormina

Località e Frazioni: Contrada Ziretto, Contrada Petralia, Contrada Roccella, Contrada Ogliastrello, Contrada Vena, Contrada Spasale, Contrada Pandolfo, Contrada Serrocastagna, Contrada Luppineria, Contrada Portella Vigna, Contrada Conchi, Contrada Guardia, Contrada Tifani, Contrada Francese, Contrada Acqualorto, Contrada Calomarsa, Contrada Manca, Contrada Mastrissa, Contrada Trupiano, Contrada Dammari

 

Abitanti:1092

Densità: Densità per Kmq: 66,6

Nome di Abitanti: castelmolesi

Sito Internet:  www.comunedicastelmola.it

@:

Codice Fiscale:00435020839

Codice Istat:083015

Codice Catasto:C210

 

Santo Patrono:San Giorgio

Giorno festivo:23 aprile

Descrizione Araldica dello Stemma: Castello dal quale si ergono tre torri, sormontato da una corona, semi incorniciato da un ramoscello per metà di alloro e per metà di quercia

Blasonatura del Gonfalone Drappo di seta azzurro riporta nella parte centrale lo stemma comunale e la scritta "Comune di Castelmola"

Caratteristiche Stemma

Simboli: Castello, Torre (Il castello simboleggia quello di Castelmola)

Da vedere:

Chiesa Madre S. Nicolò di Bari (Duomo) Costruita negli anni 1934- 1937 (ing. Barbaro) sull'antica ed architettonicamente pregiata Chiesa Cattedrale, la nuova Chiesa Madre (o Duomo), dedicata a S. Nicolò di Bari, presenta una diversità di stili che si intrecciano tra loro e che danno vita ad alcuni particolari della costruzione cristiana, che fanno discutere e che meravigliano per essere utilizzati in una chiesa cristiana, come le stelle di Davide in ferro battuto a protezione di aperture circolari.

Rispetto alla vecchia chiesa, intanto, la nuova è diversamente posizionata.

L'antica chiesa si affacciava interamente sulla piazza col sagrato e con il corpo campanario e dell'orologio a funzionamento manuale, con le "mazzare" da dove si dipartiva un ampio corridoio coperto (bagghiu) che dava accessi secondari all'interno della chiesa.

Questa era divisa in due cappelle, quella del Rosario e quella del Crocifisso, con un'unica navata al centro fino all'altare Maggiore. Al termine del baglio ed alle spalle della cappella del Crocifisso erano due ampi stanzoni.

Il primo serviva da sacrestia e per ospitare il clero nelle ricorrenze maggiori; il secondo era spesso adibito a spettacoli di vario genere, consentiti al tempo, data l'ampiezza, unica in tutto il paese, dello stanzone. La porta maggiore d'entrata dava proprio sulla piazza Chiesa Madre.

La nuova costruzione si allunga, invece, da nord a sud. Utilizza tutto lo spazio del baglio per il prospetto della porta maggiore. La facciata principale allora si affaccia su un corridoio aperto, la piazzetta, uno spazio residuale della vecchia chiesa, con un panorama assai bello.

La facciata e l'arco della porta maggiore sono movimentati con rifiniture in cemento di colore chiaro.

Sulla Piazza Chiesa Madre è rimasto, riutilizzato, il sagrato di una porta laterale, che si mantiene al primitivo, assai bella per composizione sulla quale è sospeso un magnifico rosone, tardo romanico locale, sopra la trave superiore.

I laterali e la trave sono in blocchi di pietra bianca locali martellati.

All'interno la nuova chiesa ha perduto le cappelle e sono stati costruiti degli altari con iconi in marmo. Gli altari sono in artistico marmo.

In gran parte sono stati riutilizzati i marmi degli altari della antica chiesa, dono di emigrati d'America con offerte fatte arrivare in più anni. Gli altari sono posti in simmetria uno di fronte all'altro.

L'unica navata termina con la cupola dell'altare Maggiore, ricco di marmi pregiati, alcuni del rosso di Taormina, che si alzano al centro dell'altare in una bella sovrapposizione del Tabernacolo e del baldacchino in marmo, che ospita il Gesù risorto a Pasqua ed il Gesù Bambino a Natale.

Tutto il coro era chiuso al pubblico con una ringhiera in marmi lavorati, eliminata poi per necessità di culto.

Due possenti colonne in marmo del rosso di Taormina sostengono l'arco d'entrata al coro e riportano delle decorazioni in marmo con animali simbolici, delle tentazioni addomesticate.

Nei marmi degli altari, compreso quello Maggiore, sono state incise espressioni latine e date per ricordare il nome dei fedeli che, al tempo, curarono l'erezione, o inviarono le loro donazioni in denaro.

A volte esiste anche la data ed il nome dell'artigiano, che ha eseguito l'opera. La volta del coro è a "damuso", con canne lavorate coperte con gesso bianco, ampio, alto, per dare il senso dell'infinito cielo, ma che infonde serenità e semplicità.

Entrando dalla porta maggiore alla sinistra è l'icone con la Maddalena, bellissima scultura, probabilmente della scuola del Bagnasco, carica di grande forza emotiva.

Il lavoro strutturalmente è in legno. Sugli altri altari stanno la statua di S. Antonio di Padova, della Madonna del Rosario( statua dell'antica chiesa) e quella dell'Addolorata, della quale si possiede un altro simulacro, custodito nella chiesa di San Giorgio e che viene portato in processione il venerdì santo. Bellissima per l'espressione del volto contrito e del grande dolore, sia del corpo che dello spirito, reso visibile in quest'ultima statua.

I quadri della Maddalena ed il San Giorgio, con i paramenti sacri, lavorati in oro e di alto valore artistico, inventariati dalle Belle Arti, si trovano in sacrestia.

Un pastore del luogo, almeno così si narra, ha scolpito, su pietra, la statua del San Sebastiano, pesantissima, anche se di modesta altezza, che si conserva, in un angolino quasi dimenticato, in sacrestia.

E' una statua invece da vedere anche per la sua semplicità, per l'impegno posto dell'autore-scultore e per le tecniche usate.

Appoggiato al muro della facciata, prospetto sud, è un soppalco lavorato e decorato con disegni di ispirazione e richiamo arabi, sul quale stanno l'organo e gli spazi per i cantori.

Ci si arriva da una porticina ed attraverso una scala interna, illuminata da oblò chiusi con grate in ferro battuto e disegni a stella di David. La scala termina sul campanile, molto panoramico, coperto a semivolta di gusto arabo e di pessimo colore.

Chiesa di San Biagio è la prima chiesa cristiana sorta a Castelmola, dopo la venuta di S. Pancrazio a Taormina. Già appesantita dal tempo, con ampie screpolature e fenditure, con infiltrazioni di acqua e per l’abbandono degli Amministratori e da chi aveva responsabilità di culto, è andata in rovina.

Solo con finanziamento del 1997 la chiesetta è stata ricostruita per vigilare sui campi della distrutta Mylai, che sorgeva sui piani sottostanti, con il vasto e magnifico panorama, che da qui si gode.

Chi volesse visitare la chiesetta ricostruita deve percorrere la mulattiera da Taormina in salita, dopo la porta Saraceni, o da Castelmola, dopo la piazzola del "Cannone".

Essa è posta tra la roccia ed un piccolo piazzale pavimentato, con una magnifica balconata su un incantevole panorama.

Il primitivo piazzale in terra e larghi filoni di pietra che si fermavano a formare un viottolo che portava alla chiesetta è stato adesso spianato e lastricato con lastre di pietra di Mirto ed una bella scalinata di accesso, bella per il panorama che da lì si gode.

All’interno della chiesetta un unico vano, quattro passi per arrivare ad un altare, con sopra una affresco in pastello che si indovina ancora, tra muffe, rimaneggiamenti ed incurie.

Questo affresco raffigura, con tocchi delicati e colori sbiaditi, una Madonna col Bambino.

Nessuno custodisce la chiesetta. Essa è ancora lasciata in abbandono, eppure questa è la prima chiesa cristiana sorta dopo la venuta di S. Pancrazio a Taormina, che ha resistito alla furia musulmana e racconta dell’antica Mylai lutti e speranze che oggi solo in pochi riescono a decifrare.

Chiesa di San Giorgio La chiesetta del San Biagio è la prima chiesa cristiana sorta a Castelmola, dopo la venuta di S. Pancrazio a Taormina.

Già appesantita dal tempo, con ampie screpolature e fenditure, con infiltrazioni di acqua e per l’abbandono degli Amministratori e da chi aveva responsabilità di culto, è andata in rovina.

Solo con finanziamento del 1997 la chiesetta è stata ricostruita per vigilare sui campi della distrutta Mylai, che sorgeva sui piani sottostanti, con il vasto e magnifico panorama, che da qui si gode.

Chi volesse visitare la chiesetta ricostruita deve percorrere la mulattiera da Taormina in salita, dopo la porta Saraceni, o da Castelmola, dopo la piazzola del "Cannone". Essa è posta tra la roccia ed un piccolo piazzale pavimentato, con una magnifica balconata su un incantevole panorama.

Il primitivo piazzale in terra e larghi filoni di pietra che si fermavano a formare un viottolo che portava alla chiesetta è stato adesso spianato e lastricato con lastre di pietra di Mirto ed una bella scalinata di accesso, bella per il panorama che da lì si gode.

All’interno della chiesetta un unico vano, quattro passi per arrivare ad un altare, con sopra una affresco in pastello che si indovina ancora, tra muffe, rimaneggiamenti ed incurie. Questo affresco raffigura, con tocchi delicati e colori sbiaditi, una Madonna col Bambino.

Nessuno custodisce la chiesetta. Essa è ancora lasciata in abbandono, eppure questa è la prima chiesa cristiana sorta dopo la venuta di S. Pancrazio a Taormina, che ha resistito alla furia musulmana e racconta dell’antica Mylai lutti e speranze che oggi solo in pochi riescono a decifrare.

Chiesa Annunziata, col tempo ha subito parecchi interventi di restauro e di aggiunta di ambienti all’interno, compresa la stanzetta dell’ossario, dove, appunto, venivano raccolte le ossa dei morti estumulati; altro ambiente quello, quasi una continuazione della chiesetta, dove venivano preparati gli interventi di esami autoptici sui cadaveri, quelle poche volte che si sono verificati incidenti molto gravi.

La chiesetta è di rado aperta al popolo, serve quasi esclusivamente, per rendere l’estremo saluto ai cittadini morti, prima di essere tumulati nel Cimitero.

Un tempo qui venivano svolte alcune cerimonie, compresa la festa dell’Annunziata, a ferragosto, e le feste di caccia al gallo e di giochi tradizionali.

Il valore della chiesetta sta principalmente nello stupendo portale nord, possibilmente tardo romanico locale, inventariato dalle Belle Arti.

Unica, modesta e per questo ammirabile nella sua semplicità, l’alzata del campanile, capace di ospitare una sola campana, che si fa suonare solo per ricorrenze funebri di una certa importanza per la cittadinanza.

L’immagine in marmo bianco dell’Annunziata è posta sull’unico altare della chiesetta. Il complesso ha perduto, per mano anonima, l’Angelo dell’Annunciazione.

Il Castello I resti della fortezza poggiano su di uno sperone di roccia oblungo (orientato nord-ovest/sud-est)che sovrasta il piccolo abitato medievale e dal quale si gode una fra le visuali più suggestive di Sicilia (quota 530 m. s.l.m.).

Esso continua la linea dei castelli che con Milazzo, Novara, Tripi, Castiglione e Francavilla formava una linea inestinguibile. Si è sempre ritenuto che Castelmola abbia rappresentato una sorta di seconda acropoli per l'abitato di Taormina e, probabilmente,tale funzione avrà svolto durante i due assedi musulmani, che ebbe a patire la stessa Taormina nel 902 e nel 962 d.C. Oltre la menzionata iscrizione di sicura epoca bizantina, i resti del castello della Mola non restituiscono evidenze alto medievali.

Dell'originario complesso oggi si intravedono solo tracce di una cinta muraria turrita, accessibile dal lato meridionale, e il varco di una finestra, presso il lato ovest.

Desta particolare interesse la porzione sud dello sperone di roccia, che ospita la fortezza: essa è, infatti, il punto più elevato dell'altura, ospitante i resti di un mastio a pianta quadrangolare.

La tecnica muraria è usuale: pietrame di varia dimensione legato insieme da malta e inzeppato con laterizi; i cantonali, là dove ancora resistono alle nebbie del tempo, presentano blocchi lapidei mediamente sbozzati.Probabilmente quanto rimane del castello, richiama un edificio fortificato databile tra il XII e il XIII secolo d. C.

Difficilmente la tecnica muraria superstite si può ascrivere ad epoca bizantina, tenendo conto del fatto che probabilmente qualsiasi struttura fortificata alto medievale, occupante il medesimo luogo, avrà subito pesanti devastazioni per opera dei musulmani e, dunque, oggetto di totali e presunte ricostruzioni per mano degli stessi conquistatori arabi e, di seguito, normanni.

Il sospetto, però, che al di sotto dei resti dell'attuale mastio quadrangolare possano celarsi tracce di precedenti fortificazioni bizantine è grande, complice di tale supposizione anche l'iscrizione, oggi posta sul lato meridionale del duomo, riportante la scritta con incisioni greco-bizantine del X secolo: "Questo castello fu costuito da Castantino, patrizio e stratega di Sicilia".

Dovrebbe trattarsi di Costantino Caramalo, ultimo stratega di Taormina, che nel IX secolo predispose le difese contro gli Arabi. Sulla sommità dell'arco della porta d'ingresso del castello, sta invece scritto: "Castello fedele a sua Maestà - Anno 1578 ".

Le fonti arabe parlano dell'espugnazione di Taormina nel 902 d.C. Ibn al-Athir parla di castello nuovo di Taormina, che potrebbe identificarsi con quanto ancora esiste presso Castelmola. Notizie certe sulla fortezza risalgono ai secoli XIII e XIV. Il castello della "Mola" è menzionato negli statuti angioni relativi alle fortificazioni di Sicilia.

Alla dominazione aragonese risalirebbe, invece, l'edificazione di una cinta muraria, ad ulteriore protezione del preesistente castello. Nel XVI secolo Fazello ricorda la fortezza di Castelmola quale prigione per malviventi.

Nel 1941 i Tedeschi istallarono sul castello la stazione radio più potente del mediterraneo. A causa di questa stazione, Castelmola, fu bombardata per oltre dodici volte dai caccia alleati.

Lambita dagli incendi, che quasi ogni notte divampavano, rimase miracolosamente incolume alla serie di attacchi.

Piazza S. Antonino rappresenta l'atrio del paese, il biglietto da visita per chi arriva nel borgo, e per questo viene chiamata anche "Piazza Porta"

Essa è collegata a Taormina grazie allo stradale costruito dal 1923 al 1927. Infatti, dopo tanti anni passati in pratiche burocratiche ed in progetti che si perdevano in decenni di istruttorie e di promesse di finanziamento, nell'autunno del 1927 l'opera fu inaugurata. Peccato che essa distrusse la vecchia e monumentale strada di entrata al paese con il primo arco. Questa antica e primitiva strada era, infatti, scavata nella roccia viva.

Si partiva dal Cimitero, dove, all’Annunziata, si raccoglievano le stradine provenienti dalle varie contrade e da qui, dalle vicinanze di un poggio alberato, iniziava e montava una stretta e bellissima gradinata, costruita a blocchi di pietra bianca, lavica, che incrociava, sotto la roccia possente del castello, l’icone della Madonna della Scala, voluta dagli abitanti.

La scalinata passava quindi per la prima porta ( quella appunto distrutta) e subito dopo dai piedi dell’arco si immetteva sulla piazza irregolare e rocciosa.

Sulla destra per la porta( l’Arco) appena svasata rispetto alla prima, era stato creato un secondo passaggio verso uno sbalzo di roccia, ai piedi del castello, ed immetteva con una scaletta e pochi gradini all’ombreggiato passo dell’arco, direttamente tra le prime case dell’abitato chi non voleva attraversare l’ampio piazzale e sottoporsi agli sguardi scrutatori della gente che vi oziava.

I resti della distrutta porta, in gran parte, poi, furono collocati al centro del muro esterno dei gabinetti pubblici.

Da qui la porta in blocchi fu, in seguito, prelevata, con i blocchi in pietra, che conservavano incisioni, o particolari ricordi. Fu collocata a metà della scalinata che porta al castello, come porta d’entrata.

La Piazza S. Antonino fu ricostruita splendidamente dall'ing. Columbra nel 1954, in pietra bianca e lavica, lavorate a quadratoni, che contengono altri quadrati a mosaico, con marciapiedi, che preparano il muro edificato sullo strapiombo della roccia ed alberati, con sedili e spalliere costruite con le stesse pietre e con lo stesso stile dei muri, con "balaustre" e "finestre" a cancelli, che paurosamente ed immediatamente immettono il visitatore sullo strapiombo.

Da qui si gode un panorama ampio ed affascinante.

Dell’antica e primitiva piazza con la nuova costruzione l’arco romano è stato isolato, sono state abbattute le scalette di accesso alla piazzola S. Antonino ed è stata al loro posto edificata, con spallette a pietre faccia vista, con pomice e blocchetti bianchi e neri, una scalinata in pietra bianca locale, che esalta la maestosità dell’arco. Ai piedi della scala sono state ricavate delle aiuole ed uno zampillo d’acqua corrente.

Oltre all'arco romano, sulla piazza s'affacciano l'Auditorium comunale, ricavato da una chiesetta mai consacrata, dedicata a S. Antonino, l’ex municipio rifatto, in parte, nelle facciate laterali ed in quella principale, la casa Sterrantino, costruita in vecchia pietra a faccia vista, inventariata e tutelata dalla Sovrintendenza alle Belle arti, il vecchio ed antico bellissimo Caffè Blandano, rifatto, però ed abbruttito con nuova veste.

Questa piazza viene definita anche come piazza "palloni e sospiri", dato che chi riposa sui sedili, o all’ombra dell’arco, spesso racconta di grosso, mentre le coppie degli amanti si danno ad effusioni e passioni.

L'Icone della Madonna della Scala è presente da prima della costruzione della strada di raccordo fra Taormina e Castelmola. Infatti, anche quando Castelmola era collegata con la località Annunziata per mezzo della strada costruita dai Normanni, sotto la roccia possente del castello, vi era l'icone della Madonna appoggiata alla roccia e sopraelevata dalla gradinata di accesso di alcuni metri.

Con la costruzione della nuova strada, l'icone, è rimasta a livello stradale, pressoché al medesimo posto. Alcuni fedeli, hanno fatto scavare una breve grotta dove, insieme all’icone con l’altare, sono stati collocati delle panche, per le preghiere dei fedeli e le adorazioni quotidiane dei passanti. Una volta l’anno, al primo sabato di agosto, vi si celebra una solenne messa.

 

Festa Patronale:

La ricorrenza di San Giorgio viene solitamente festeggiata nei giorni 22 e 23 di Aprile.

Il 22 il Santo esce dalla cupola dov'è riposto in Chiesa San Giorgio per mezzo di un congegno elettronico dono dei fedeli. Uscita dalla chiesa, la statua nella sua imponenza piena di fiori e luci ed accompagnata da una gran folla di fedeli, viene portata alla Chiesa Madre per essere onorata e pregata.

Il 23 è una giornata di festa per tutto il paese. La giornata incomincia con la sveglia suonata dal corpo bandistico che effettua il giro del paese. Quindi continua con la messa in onore del Santo alle 10:30 seguita dall'esibizione della banda in Piazza Duomo.

Arrivata l'ora del pranzo sul tavolo dei Castelmolesi non può mancare il piatto caratteristico delle feste: la "carne 'nfurnata".

Nel pomeriggio la banda allieta lo spirito dei cittadini suonando per le vie del paese fino a quando non inizia la messa della sera. Finita la messa il Santo viene portato in processione per le vie del paese, illuminato da luci approntate appositamente per la festa, seguito dal corpo bandistico e da una grande moltitudine di fedeli.

Arrivato in località "Girone" la statua viene appoggiata su di un piedistallo ed incomincia uno splendido spettacolo di fuochi artificiali, dono dei fedeli al loro Patrono.

Finito lo spettacolo pirotecnico la processione riprende e la statua viene riportata nella sua chiesa.

La ricorrenza festiva è preparata da una novena e da un triduo durante i quali è cantato dai fedeli e dagli officianti l’inno dedicato al miracoloso Patrono, composto e musicato da un monaco (Padre Antonio), nel quale è intessuta tutta la vita prodigiosa del Martire con riferimento alle particolari protezioni dimostrate per il paese e le campagne nelle calamità e sofferenze.

La laude dice:

Evviva S.Giorgio

Celeste Patrono

Che grazie e perdono

Per Mola implorò

Evviva S.Giorgio

E chi lo creò.

Con tenero affetto

Con fervidi cuori

S.Giorgio si onori

E chi l’esaltò!

Dai teneri anni

Ei visse innocente

Per sempre fu esente

Da colpa mortal!

Dal mondo corrotto

Fuggendo il periglio

Il candido giglio

Intatto serbò.

Il fiero dragone

Già vinto e sconfitto

Da lancia trafitto

Per sempre fugò.

Difese da forte

La Santa sua fede

Nel cielo la sede

Col sangue acquistò.

L’amato Signore

Lo pose sul trono

Celeste Patrono

A noi l’assegnò.

Il popol di Mola

Il Santo virile

Nel mese di aprile

La festa sacrò.

Fu Mola difesa

Da morbi e tempeste

Da fame e da peste

E d’ogni altro malor.

Le arse campagne

Di questo paese

Benigno e cortese

Di pioggia abbondò.

Lodiamo S.Giorgio

Con inni e con canti

Con gridi festanti

Di fede e d’amor.

Dal ciel ci protegga

Nei gravi perigli,

Noi siamo suoi figli,

Suoi servi fedel.

Evviva S. Giorgio !

Si bella parola

Il popol di Mola

Con fede cantò.

Eventi Culturali:.

Eventi Gastronomici:

Eventi sportivi:

Curiosità:

Mercati e mostre:

Risorse:

Prodotti tipici: Fin dai tempi dell'antica Grecia, secondo i racconti di Erodoto ed Omero, si usava aromatizzare i vini locali aggiungendo ad essi i prodotti tipici del luogo, allo scopo di conservare e far conoscere ad altri popoli i sapori e gli aromi di quella terra.

Il vino alla mandorla viene realizzato mischiando vino bianco secco, erbe aromatiche, mandorle ed essenze agrumarie in modo da poter diffondere il nome di Castelmola nel mondo.

Esso è molto apprezzato liscio e fresco, con una fetta di arancia o di limone, è indicato come aperitivo o come digestivo, oltre a servire da base per cocktails o dolci.

Artigianato:  c'è da segnalare la produzione dei suddetti "scanni", antichi sgabelli costruiti in legno di Ferla; il ricamo a mano di tessuti e i lavori in ferro battuto.

Centri culturali:

Auditorium (ex Chiesa S. Antonino)

Guarda dalla parte nord, incastrato tra le rocce del castello ed il muro sovrastante la Piazza S. Antonino, la chiesetta, mai consacrata e trasformata inizialmente in cine- teatro con una profonda manipolazione della primitiva costruzione.

La chiesetta, in tutta la sua esteriorità, ha un aspetto austero, con un fascino particolare per la sua cornice ed il senso dell’antico.

Sul lato sinistro, in alto ancora si vede il luogo dove era posta una campana, forse a dimostrare che la costruzione si voleva utilizzare a chiesa, oppure era la campana che chiamava a raccolta il pubblico per le benedizioni degli animali e per gli avvenimenti di una certa importanza, che si sarebbero svolti nella piazza, o nella stessa chiesetta.

Probabilmente la prima costruzione dovrebbe essere coeva a quella della chiesa di S.Giorgio e quindi tra il quattrocento ed il cinquecento, ma, nel tempo ha subito molteplici interventi.

La costruzione è stata abbondantemente allargata, all’interno ed in lunghezza, con il taglio della roccia, prima abbondantemente visibile nella parete di nord.

Coi lavori di adattamento venne realizzata una stanzetta, in parte sotto il palchetto in cemento, buia, senza aperture, da adibire a spogliatoio per gli artisti.

 In questo locale, infatti, nei primi anni dopo la prima guerra mondiale, si tenevano pubbliche riunioni ed in seguito furono presentati spettacoli teatrali curati dagli insegnanti delle scuole elementari del Centro e manifestazioni scolastiche. Le Amministrazioni del tempo cercarono di realizzare nella chiesetta un luogo che potesse servire la comunità in caso di riunioni allargate ed a ricreatorio per i giovani molesi.

Un intervento alla volta, che non completò mai l’opera, ma che ha inciso sulla struttura, specie degli stipiti delle aperture frontali.

Finalmente nel 2001, dopo svariati progetti, che non trovarono copertura finanziaria, l’opera è stata inaugurata con una sala per convegni, limitati per numero.

E’ l'Auditorium un locale accogliente, raccolto, ma non eccessivamente capiente.

 La chiesetta ha vissuto un atto importante e significativo: qui i cittadini di Castelmola, riuniti per discutere hanno votato l’annessione, alla conclusione della spedizione dei Mille, nel 1860. Con quest’atto, col cuore e con l’azione, i nostri concittadini cementavano la sublime epopea risorgimentale, che aveva restituito l’Italia agli Italiani e che aveva, seppur modestamente, toccato anche la comunità castelmolese.

 Museo Medievale

Il Museo Medievale di Castelmola raccoglie testimonianze e oggetti relativi a uno dei piu' complessi e significativi periodi storici della Sicilia.

Dalla caduta dell'Impero Romano d'Occidente, alla scoperta dell'America, si alternarono nell'isola le dominazioni di Goti, Bizantini, Arabi, Normanni, Svevi, Angioini e Aragonesi.

L'incontro di civiltà e tradizioni diverse diede vita a un retaggio culturale unico e originale: un'eredità storica ancora viva e caratterizzante.

L'attuale patrimonio del museo è costituito, per la maggior parte dei casi, da oggetti prodotti o in uso in Sicilia durante il millennio dell'Età di mezzo.

Le ceramiche di produzione siciliana, pugliese e iberica, la collezione di monete medievali d'oro e d'argento coniate in Sicilia, i bronzetti ornamentali, la croce bizantina in oro, il tesoretto normanno di "tari" e la testa di giovanetto attribuibile a Francesco Laurana, offrono al visitatore l'opportunità di compiere un affascinante viaggio attraverso la quotidianità dei Siciliani di quel tempo.

Lo spazio espositivo offre già, per la sua collocazione adiacente il castello, motivi di interesse. La sua spettacolare posizione rivela, infatti, l'importanza strategica dell'area e il rilevante ruolo difensivo rivestito in epoca medievale. Un'ampia vetrata mette in relazione i preziosi reperti esposti con lo straordinario territorio circostante, offrendo così il contesto per un percorso museale fonte di suggestioni e di motivi di analisi.

La collezione esposta si compone di reperti di vario genere, che consentono di comprendere le linee generali dell'evoluzione culturale in Sicilia, in epoca medievale.

Un nucleo numismatico rappresentativo della circolazione monetaria nell'isola rende possibile la conoscenza delle condizioni economiche, politiche e sociali nell'ambito del bacino del Mediterraneo e dell'Europa continentale.

Una serie organica di protomaioliche e maioliche, comprese in un periodo di tempo che va dall'età araba al Rinascimento europeo, permette l'approfondimento della cultura, dell'arte e delle tradizioni siciliane.

Attraverso queste ceramiche si sviluppano tematiche relative ai traffici commerciali, alle influenze artistiche confluite in Sicilia, alle abitudini alimentari, ai riti e alle celebrazioni quotidiane.

Utensili e ornamenti, piccoli manufatti metallici, medaglie e finimenti completano la serie di reperti legati alle piu' tipiche attività umane dell'epoca.

Nella collezione anche armi e armature da parata, sigilli e stampe settecentesche dai "Voyages pittoresques" di Saint-Non e Houel: esemplari di epoca successiva correlati al Medioevo per gusto e cultura e inseriti nel percorso museale a testimoniare la continuità dei quella tradizione.

Numeri Utili:

Farmacia Quattrocchi Lucia Piazza S. Antonio, 1 Telefono: 0942-28021;

Siti nel Comune:

www.castelmolese.it

www.turrisibar.it

Impianti sportivi:

Strutture Ricettive:

Turrisi Bar Piazza Duomo tel. 094228181

Hotel Villa Sonia Via Porta di Mola tel. 0942 28082

Panorama di Sicilia Albergo Via Alcide De Gasperi, 44  tel. 0942.28027

Villa Regina Affittacamere Punta san Giorgio tel. 0942.28289

Ristorante Chicchirichì - Contrada Ogliastrello – tel. 0942 28201

Ristorante Taverna Dell'Etna  - Via De Gasperi, 29 tel. 0942 28868

Bar Caffè S. Giorgio  - Piazza S. Antonio, 1 tel. 0942 28228

Personaggi Illustri:

Come si arriva:

In Auto: Da Catania o Messina

Prendere l'autostrada A18 ed uscire al casello di Taormina, in prossimità di Mazzarò svoltare a sinistra. Attraversare l'abitato di Taormina ed immettersi sulla strada provinciale 10

In Treno

Scendere alla stazione di Taormina-Giardini. Proseguire in auto sulla SS114, attraversare poi l'abitato di Taormina e immettersi sulla strada provinciale 10.

In Aereo

Atterrare all'aeroporto "Fontanarossa" di Catania. Proseguire in auto percorrendo la strada provinciale 69, imboccare la tagenziale E45 e continuare sull'autostrada A18. Uscire al casello di Taormina e in prossimità di Mazzarò svoltare a sinistra. Attraversare l'abitato di Taormina ed immettersi sulla strada provinciale 10

 

Cenni storici

Nell’ VIII secolo a.C. circa, nella zona di “Piano delle Ficare”, i Siculi diedero vita ad un nuovo insediamento chiamato Mylai (grande masso o, appunto, Mola), fortificazione a Nord di Taormina .

Essi occupavano già da tempo i campi dov’era stata fondata Naxos (734 a.C.), ma all’arrivo dei Greci preferirono, restando in pace e collaborazione con i nuovi venuti, portarsi sulle alture, nei luoghi di migliore esposizione, che coltivarono, vi impiantarono le loro residenze e fortificarono secondo le loro conoscenze.

Questi Siculi, occupato il Monte Tauro, si spinsero anche più in alto, e stanziarono delle tribu’ a “Decima alta” e, soprattutto al “Piano delle Ficare”, luogo confortevole per il clima mite, per la vicinanza agli abitanti del Tauro, per la presenza di sorgenti d’acqua (soprattutto il Sifone) e per la fertilità delle terre.

A Mylai , quasi sicuramente, i Siculi, a guardia dei sentieri percorribili, posero delle fortificazioni per impedire attacchi indesiderati. Queste fortificazioni erano formate da muretti rozzi, ma capaci di difesa, e da sentinelle che dall’alto, erano capaci di lanciare sassi nelle gole naturali della roccia.

Sette anni dopo la distruzione di Naxos (403 a.C.) , cioè nel 396, Dionisio, tiranno di Siracusa, concede ai Siculi di possedere le terre da loro occupate e ne autorizza la stabilizzazione a Taormina, ma anche a Mylai e dintorni. Successivamente, però, Dioniso si ricrede e comincia a guardare con occhio ostile, Taormina e Mylai, alle quali fa arrivare sempre piu’ insistentemente continue minacce.

Molto probabilmente la posizione assunta da Dionisio è data dal fatto che le due gemelle nella guerra avevano appoggiato i Cartaginesi contro Siracusa, della quale ne odiavano la tirannide e quindi quei Siculi divenivano inquilini scomodi ed inaffidabili, specie come custodi dell’unica strada di collegamento verso la stessa Siracusa.

I Siculi, prevedendo l’intervento siracusano contro le loro roccaforti, curarono, come poterono, di rinforzare le mura e di costruirne altre là dove se ne presentava il bisogno ed aumentarono. i presidi armati ed i posti di vigilanza.

Lo stesso Dionisio, allora, alla testa di un numeroso e forte esercito, si accampò sui piani della già distrutta Naxos, ma per meglio vedere e controllare i Siculi del monte del Tauro e di Mylai, spinse le punte avanzate del suo esercito sui colli di Mastrissa, in vista proprio di Turomenion e di Mylai, da dove, facendosi vedere, poteva egli ben vedere i Siculi e le loro mosse.

I Siculi, per nulla intimoriti dalla presenza di un sì potente nemico, si fecero anch’essi notare, proprio perché certamente volevano mostrare la loro sicurezza e tranquillità nel momento di subire la maggior pressione.

Da allora il pianoro, dove Dionisio si accampò, fu detto appunto delle Tende.

Tra Dioniso e i Siculi si trattò. Dioniso chiedeva la resa immediata dei Siculi, questi volevano il diritto ad occupare quelle terre. Naturalmente non si giunse ad alcun accordo ed allora Dioniso pose Mylai sotto assedio.

Durante questo periodo, (396-394 A. C.) si ebbero numerosi incontri tra assediati ed assedianti, incontri che non sortirono proprio a nulla. L’assedio durava da parecchio tempo e allora Dionisio mise in atto il suo piano di attacco definitivo.

E’ Diodoro Siculo che racconta l’attacco. In una notte buia, durante la quale era caduta parecchia neve, che aveva coperto il terreno fin sulla riva del mare, Dionisio, alla testa del suo esercito mosse all’attacco incitando i soldati alla scalata. Mylai, già prostrata dalle sofferenze, priva d’alimenti, presa nel cuore della notte dalla parte sud (Decima e Sifone) quasi senza accorgersene, si trovò i nemici dentro le abitazioni.

I Siculi si diressero in fuga verso Taormina, inseguiti dai guerrieri mercenari siracusani, che, nella fretta, intanto si erano lasciati dietro la parte alta del colle di Mola. S

vegliati dalle grida degli inseguiti, i Taorminesi si precipitarono sulle mura ed opposero resistenza all’attacco, mentre le guarnigioni dell’alta rocca di Mola (attuale Castelmola) accorrevano in difesa dei vicini fratelli. Preso da due lati a “Chiusa“, l’esercito siracusano si diede a disordinata fuga.

Lo stesso Dionisio, ferito e travolto dai suoi in fuga, perdette, o dovette abbandonare, le armature per guadagnare la vita. Vista l’impossibilità d’una vittoria, tolse il campo e tornò a Siracusa.

Ma Dioniso non si da per vinto e nel 392 a.C. ritenta l’assalto riuscendo, questa volta, ad occupare Mylai e Tauromenion e costringendo i Siculi alla fuga.

Morto Dioniso, Andromaco governa la città abbandonata dai mercenari di Dioniso. Durante questo periodo (367-358 .C.), il territorio viene ripopolato dai Siculi e dai Greci, Tauromenion crebbe in popolazione ed organizzazione politico-amministrativa e Mylai troverà in Andromaco il suo vero padre, il rifondatore della acropoli fuori le mura, difesa a nord di Taormina, che inizia ad avere le sue porte, le sue fortificazioni, la sua organizzazione, i suoi abitanti, le sue case. Intorno al 358 a.C. Andromaco fortifica Mylai e vi costruisce nuove abitazioni.

Così, Mylai, diviene fortificazione a nord di Taormina in quella zona alla quale è stato dato il nome di “ Piano delle Ficare”, limitata, dalla parte orientale, dalla porta, successivamente costruita e che, dall’ultima distruzione, prende il nome di “ Porta Saraceni”.

A Nord si erge il fianco del Colle di Mola, mentre una parte della scarpata congiunge Mylai, il Piano delle Ficare con il Colle di Mola. A sud il terreno scorre, dopo il piano, verso le freschissime acque del Sifone e le terre dal torrente irrigabili, fertili e coltivate.

Per l’abitato, trovandosi le sorgenti d’acqua tutte fuori dalle mura di fortificazione, venne curata la costruzione di cisterne per acque piovane e di serbatoi, due dei quali sono ancora oggi utilizzati. Del geniale personaggio, Andromaco, non ne conosciamo le origini.

Il suo nome vuol dire "uomo di guerra" ma la sua opera è tutta dedita alla prosperità del popolo e contro la tirannide.

Andromaco ebbe il merito di raccogliere i Greci superstiti e dispersi dopo la distruzione di Naxos, integrandoli con i Siculi abitatori. Emersero allora le capacità greche, le abitudini, le arti e forse anche la lingua greca divenne la lingua ufficiale di Taormina e di Mylai.

Dal 314 al 287 a.C. fu signore di Siracusa un nuovo tiranno: Agatocle. Egli estese la sua tirannia a tutte le altre città della Sicilia orientale e a nulla servi la lega formata da tutte le città greche indipendenti. Tauromenion si vede soppresso il suo governo autonomo ed insieme a Mylai subisce la tirannia di Agatocle, il quale manda in esilio tutta la famiglia di Andromaco.

Alla morte di Agatocle e dopo la parentesi degli inaspettati avvenimenti, che rattristavano Messene e Tauromenion ad opera dei Mamertini, compare un nuovo tiranno (270) di nome Tindarione.

A lui i Taorminesi affidano la città perché essa fosse difesa contro i Mamertini, che la minacciavano dalla vicina Mylai e dall’alto del colle di Mola, dove si erano intanto insediati.

E poichè non si poteva essere padroni di Tauromenion se non lo si era di Mylai, né della stessa Mylai se non lo si era dell’alto colle di Mola, Tindarione concentrò la sua attività guerriera sulle fortificazioni di Mylai e sull’alto colle di Mola, pressoché inaccessibile se non veniva presa prima Mylai del Piano delle Ficare.

Tindarione ebbe ragione di Mylai e scalò, con grosse perdite, le rocce del colle di Mola e snidò i minacciosi Mamertini, rendendo certamente sicura la città di Taormina, apprendendo anche, a sue spese, che le fortificazioni a nord andavano meglio protette per la difesa degli abitati.

Sotto la tirannia di Tindarione, anche se in verità non fu proprio una tirannia arrogante e pesante, si ebbe pace e benessere. Taormina si allargò e si incrementò demograficamente.

Mylai iniziò la sua espansione verso l’alto, verso il colle di Mola e verso sud, cioè verso le acque e le terre del Sifone.

A causa della sua scelta di appoggiare Pirro, nel tentativo non riuscito di liberazione della Sicilia dai Cartaginesi, Tindarione subì una rivolta dai suoi sudditi che lo costrinsero ad abbandonare il suo ruolo. La città di Tauromenion, quella di Mylai e i territori limitrofi, così, riprendono le antiche libertà di governo.

Ritornano allora i Mamertini a governare Tauromenion, Mylai e i territori limitrofi. Contro di loro Gerone II, signore di Siracusa, diresse la sua prima campagna, durante la prima guerra punica (264-241 a.C.) concentrando il grosso della spedizione su Mylai e l’alto colle di Mola e su Tauromenion. Mylai cadde nelle mani del Siracusano ed il colle di Mola seguì la stessa sorte.

Nel 263 Gerone ottenne da parte di Roma il riconoscimento della sovranità su Tauromenium ed i suoi dintorni, che governò dal 263 al 214 a.C. in pace con Roma e non urtando Cartagine. In questo periodo Mylai rifà le sue fortificazioni, crea le riserve di acqua con le cisterne ed i pozzetti; si scava la conduttura del Sifone per Tauromenium e per Mylai bassa e si spingono le case verso l’alto colle di Mola.

Gerone, nel suo letto di morte, raccomandò, nell’eventualità di una guerra tra Roma e Cartagine, di seguire sempre la politica di Roma.

Ma alla sua morte molte città insorsero contro Roma, provocandone così l’ira e il risentimento. Tra queste città ci sarà anche Siracusa, che subirà l’assedio e poi anche il saccheggio. Tauromenium e Mylai invece, seguendo il consiglio di Gerone, si mantennero fedeli a Roma ed ambo e due inviarono una commissione a farle atto di sottomissione.

Nel 212 a.C. Tauromenium stipulò con Marcello un trattato, mediante il quale Roma la rendeva "libera et foederata". Mylai godé ampiamente di questi benefici poiché alle città federate erano riservati particolari privilegi e tra questi quello di utilizzare le proprie autonomie e battere moneta.

Sotto il dominio romano la Sicilia, dai grossi ai piccoli centri, accrebbe il suo stato già agiato ai tempi di Gerone. Ma avvenne che incominciarono a sparire i piccoli proprietari terrieri e si diede vita al latifondo.

Questo diede vita ai primi malumori, che molto presto sfociarono in una rivolta sociale. La rivolta coinvolse, l’Italia intera, e quindi, anche Tauromenium e Mylai, dove i lavoratori trucidarono i loro padroni. Decisa a porre fine a questa incresciosa rivolta, Roma, inviò il console Rupilio.

Questi, con i suoi uomini, si diresse su Tauromenium e la lotta fu aspra e lunga, durante la quale gli schiavi, per sfamarsi, si diedero ad atti di cannibalismo. Infine la città e le difese a nord capitolarono per mano romana.

Trenta anni dopo la rivoluzione servile divampò più tremenda di prima con a capo Atenione e Salvio. Tauromenium e Mylai furono ancora i centri animatori, ma il console Manio Aquilo, accorsovi con l’esercito, vinse ed uccise Atenione.

Gli schiavi, rimasti senza capo, fuggirono per le campagne di Mylai.

I superstiti si rinchiusero per combattere dentro le mura di Mylai e sull’alta rocca del colle di Mola, ma, privi di acqua e di cibo dovettero, infine, subire il volere del Console nella resa, pagando, i più, con la vita, l’atto di ribellione. Gli altri, condotti a Roma come schiavi, trovarono la morte nella lotta con le bestie feroci nelle arene dei circhi

Con il calmarsi delle acque Silla manda in Sicilia Gneo Pompeo, che governò con mitezza, saggezza e giustizia.

Nel 73 a.C. il Senato però invia come governatore in Sicilia Verre, corrotto e disonesto. Le città della Sicilia, tranne Messane e Siracusa, che godevano dell’amicizia di Verre, si rivolsero al patrocinio di Cicerone, il quale prese per sé la causa e si recò nell’isola per la inchiesta.

Cicerone, completata l’inchiesta e tornato a Roma, con commoventi e palpitanti arringhe, ebbe la meritata vittoria ed il Senato restituì alla Sicilia ciò che aveva perduto per mano di Verre.

Nel 36 a.C. nel tratto di mare compreso tra Capo Taormina e il Capo di Schisò, si svolse un’esaltante battaglia navale tra Sesto Pompeo ed Ottaviano. Ottaviano fu rovinosamente sconfitto e, a stento, su una barca riuscì a raggiungere la Calabria.

Ma egli non abbandonò la sua idea e così riuscì a sconfiggere l’avversario e Tauromenium e Mylai passarono in mano a Roma.

Gli abitanti del luogo, rimasti fedeli a Sesto Pompeo, furono trasferiti in altri luoghi, e furono sostituiti da nobili e ricchi cittadini romani, che costruirono delle ville nei posti panoramicamente più belli.

Con la caduta dell’impero Romano nei secoli VII, VIII e IX la Sicilia, passata sotto la dominazione dell’impero bizantino, fu oggetto delle mire espansionistiche degli Arabi.

Nel 703 il generale Musa sbarca a Lilibeo, assale Siracusa e fa ritorno in Africa portando con se un enorme bottino. Da questo momento gli sbarchi ed i saccheggi non si contano più, finché, nel IX secolo, la nuova potenza musulmana si stabilisce nella parte occidentale della Sicilia.

Rimane fedele a Costantinopoli la parte nord dell’Isola.

Contro le città e le roccaforti di essa si puntarono le armi musulmane. Una prima avvisaglia Tauromenium la ebbe ad opera del comandante Khofadscia, ma pochi soldati indisciplinati, che erano riusciti ad entrare per primi in città, dilettati dal vino e dalle belle donne, vennero assassinati nel sonno.

Ma l’ora più tremenda la Sicilia la doveva vivere sotto un personaggio di immane ferocia, Ibrahim. Quando contro di lui e la sua tirannia insorsero Arabi e Berberi egli, fingendo di perdonare quest’atto di ribellione, invitò al castello di Rakkada i capi dei rivoltosi con le rispettive famiglie e poi li fece uccidere.

Per quest’atto le città siciliane si ribellarono ed allora, come un fulmine, venne Abd Allah, figlio di Ibrahim, a punire le città ribelli.

Egli passò per le campagne di Mylai e per i territori di Tauromenium, sradicando vigne ed alberi, senza mai, però, toccare gli abitati.

Si faceva vedere, lasciava il segno e poi rapidamente si spostava in altra direzione. Così andò da un capo all’altro vincendo e distruggendo, ma molto spesso anche perdonando i cristiani delle città; poi passò in Calabria, da dove fece sapere le sue vittoriose imprese al padre.

Intanto Leone III Isaurico mandava per difendere le zone del taorminese una guarnigione comandata da due generali di poco valore come Caramalo e Michele Caracto.

Nel 902 lo stesso Ibrahim venne in Sicilia e si accampò sui piani di Naxos. I soldati di Caramalo e Carato, che potevano contare anche sui giovani abitanti di Mylai, scesero dal Monte Tauro ed affrontarono a viso aperto i Saraceni.

La lotta fu durissima e inizialmente a favore delle truppe bizantine.

Quando, però, Ibrahim, alzando la sua possente voce, incitò i suoi soldati coi famosi versetti del Corano dove è pace e gloria nel magnifico Eden per i combattenti morti per la fede, la potenza dell’urto dei Saraceni fu tale che l’esercito di Caramalo, che già pregustava il sapore della vittoria, fu costretto a darsi a precipitosa fuga verso gli abitati, inseguito, su per le rupi scoscese, dal nemico.

Le porte furono sbarrate ed Ibrahim si aggirava inferocito intorno alle mura per scovare un punto accessibile.

La sua attenzione si concentrò nella parte sud, verso il torrente Sifone, dove aveva potuto notare che alcuni soldati, dispersi per le campagne di Mastrissa, saltando le acque, avevano scalato il viottolo verso Mylai.

Radunò allora una grossa parte del suo esercito e seguendo quella stessa strada si trovò alle prime capanne di Mylai, con i soldati stanchi ed impauriti che quasi non opposero resistenza. In un lampo allora mandò i suoi all’assalto delle mura.

I Molesi si difesero con coraggio, ma alla fine furono sopraffatti dai nemici. Così Mylai capitolò e scrisse la sua ultima data il primo agosto del 902. Solo la fortezza di Mylai, attuale Castelmola, riuscì a resistere con i pochi soldati, che erano rimasti accerchiati, ma la natura dei luoghi, la ripidezza delle rocce e l’inespugnabilità della fortezza rendevano facilmente difendibile il luogo.

Si videro allora dal colle i Musulmani riversarsi dentro le case di Mylai, depredare, uccidere, distruggere, dare alle fiamme, mai sazi della loro ferocia.

I soldati di Ibrahim, passando per la porta "Saraceni" si riversarono con furia su Tauromenium. Le porte furono spezzate ed un’orda di soldati, ai quali Ibrahim aveva ordinato l’eccidio generale, entrò nella gloriosa Tauromenium. I morti non si contarono più.

Il feroce Moro, non ancora sazio, ordinò ai suoi Abissini di scovare quei cittadini che sui monti avevano cercato scampo e che questi fossero portati a lui. Sui monti e nelle campagne di Mola, nelle grotte, nelle caverne furono trovati, li presero, li legarono e li cacciarono davanti a loro come branchi di pecore.

Pochissimi trovarono scampo nella Grotta dei Monaci, oltre ai soldati rinchiusi nella fortezza ed impotenti a portare aiuto ai confratelli.

Impietriti dagli eventi e senza alcuna possibilità di movimento assistettero agli eccidi ed alla fine dell’amata Mylai. Una delle tanti vittime fu il Vescovo Procopio, che per aver benedetto la massa di prigionieri venne ucciso ed il suo cuore fu addentato crudo dallo stesso Ibrahim.

I prigionieri furono tutti scannati in sua presenza davanti alla chiesa di San Francesco di Paola.

La mylai di Diodoro non rinacque più dalle sue rovine, ed oggi restano soltanto i ruderi ed il ricordo della gloriosa ed eroica cittadina.

La data del primo agosto del 902 prepara l’inizio di una nuova era. Dopo la distruzione di Mylai, certamente il luogo fu abitato sia dai superstiti della distruzione, sia da nuovi flussi di mercenari. E’ questo il primo nucleo che forma l’abitato della nuova fortezza.

La Mola, infatti, facendo tesoro degli insegnamenti della storia di Mylai e dei suoi avvenimenti, nacque dalle radici di Mylai del Piano delle Ficare, ma in una posizione, che erano abituati a guardare dal basso.

Il clima era certamente più intenso, il panorama più ampio, invidiabile, ma la posizione era ben protetta e presumibilmente più sicura, cosa questa per il tempo ben più importante delle altre, anche dei sacrifici per la mancanza di acqua, che doveva essere attinta a fonti parecchio lontane dall’abitato.

Con le mura a picco sulle ripidissime ed inaccessibili rocce, la cittadina con il suo castello, che i Normanni di Ruggero vollero imponente e ben distribuito, continuava la linea dei castelli che con Milazzo,Novara di Sicilia, Castiglione, Francavilla, Calatabiano, Taormina, Forza d’Agrò, formavano una linea omogenea e pressoché inespugnabile sulla Val Demone, Valle dell’Alcantara, dell’Agrò.

L’edificazione del castello dovrebbe risalire alla conquista di Ruggero il Normanno,che riusciva a vincere la resistenza musulmana intorno al 1078.

Dopo questa data i Normanni completarono la fortificazione del colle e principalmente la monumentale entrata che con una lunga scalinata superava, dall’Annunziata, le rocce e si presentava davanti a due porte, che davano accesso alla Piazza S. Antonino.

Dopo la stessa data i Normanni restaurarono e completarono le fortificazioni romane e vi costruirono anche le case per i soldati a guardia dei condannati rinchiusi nella fortezza.

In questo periodo nacque il nome Castelmola che è un composto di Mola (per la forma del grosso cilindro roccioso sul quale il paese sorge a forma di mola, di un possente molare), più castello; oppure risulterebbe la traduzione di Mylai, grande masso e, quindi, continuazione storico della antica e gloriosa Mylai del Piano delle Ficare, più castello.

E’ certo comunque che questo civile popolo Normanno adibì prima la rocca di Castelmola, a prigione per deportati politici civili e malviventi comuni e, poi, accorgendosi della inespugnabilità del luogo, ne curarono l’incremento demografico con uomini liberi, pronti e fedeli al Re.

Rimarrà fedele a Guglielmo II il Buono, anche quando Messina si ribellerà al reggente voluto dai Normanni. Quando il regno normanno cederà il passo alla Casa Sveva, Castelmola rese omaggio ai nuovi signori e li accompagnò sia all’apice della loro gloria, sia nelle ore più tristi.

Manfredi di Svevia potè contare sul suo piccolo aiuto e resistette ai Francesi. Poi, per forza di cose dovette seguire le sorti che Re Carlo impose alle città vinte.

L’odio per la tirannide angioina, però, rimase e si alimentò nell’animo dei molesi, lieti nel 1282 di poter dare il loro contributo trucidando i Francesi della rocca.

Castelmola non dimenticò l’aiuto che gli Aragonesi prestarono per la libertà dell’Isola e rimase, con Taormina, fedele al Re d’Aragona.

Gli Spagnoli portarono in Sicilia un singolare periodo di fastosa ricchezza e di inaudita miseria. I nuovi padroni piombarono su Mola e Taormina preoccupati solo di ammassare ricchezze per sé e per il Re, loro signore, imponendo tasse e taglie d’ogni genere.

Durante la rivolta del 1675 di Messina contro gli Spagnoli di Castelmola e di Taormina, né i Castelmolesi, né i Taorminesi assecondarono i Messinesi, così le armi francesi s’indirizzarono su Taormina e la roccaforte di Castelmola, le quali furono costrette a capitolare.

Gli Spagnoli però ritornarono stringendo Castelmola in un primo inutile assedio. Si racconta, che nella notte buia e tempestosa del 19 dicembre 1677 un prete del luogo trattò con gli Spagnoli e riusciva, con una lunga fune, a tirare su dalla rupe S. Giorgio, o da punta Cicchitta pochi Spagnoli, i quali, uccise le guardie, che non si aspettavano proprio quella sorpresa, aprirono le porte agli assedianti.

Gli Spagnoli, in grande fretta piazzarono i cannoni e da qui presero a bombardare Taormina, che cadeva sotto il fitto bombardamento.

Nel 1719 il generale Mercy tentò inutilmente un assedio, durante il quale Castelmola stava per essere sconfitta per mancanza di viveri. Allora i castelmolesi ebbero una pensata geniale: essi presero le pochissime pecore che vi erano sulla rocca e col latte munto fecero delle forme di formaggio.

Queste forme di formaggio, per un paio di giorni, furono calate con delle funi agli assedianti per far vedere che le risorse non mancavano. Allora Mercy ritenendo la fortezza inespugnabile per la sua abbondanza di viveri decise di porre fine all’assedio.

Nel 1738 Castelmola passò ai Borboni di Spagna. Durante il Risorgimento, anche Castelmola ebbe i suoi Carbonari. Allora furono erette nella località “Girone” delle forche dove i boia eseguirono numerose esecuzioni. Ma il sangue più che il timore rinfocolava i sentimenti dell’odio, contro lo straniero.

Nel 1848-49 Castelmola, con Taormina, prese parte alla gloriosa rivoluzione esplosa in tutta la penisola italiana e dal 22 settembre 1848 al marzo 1849 il paese fu occupato dal colonnello Pracanica di Messina, che comandava la II divisione nazionale di Sicilia.

All’avanzare delle truppe regie sotto il comando di Carlo Filangeri, il Pracanica abbandonò, in tutta fretta, Taormina e si ritirò sui monti di Castelmola, lasciando così i due centri al saccheggio ed agli incendi, mentre gli abitanti fuggivano per trovare rifugio nelle grotte delle montagne delle campagne di Mola.

Il nove aprile del 1860 si sparse la falsa notizia di uno sbarco di Garibaldi. La folla, allora, si riversò per strada al grido di "Viva l’Italia" "Viva la libertà", "Abbasso i Borboni" ed all’apparire del benedetto tricolore vi fu una nutrita manifestazione di entusiasmo. Fortunatamente lo sbarco avvenne presto, l’11 maggio 1860, e così gli incriminati per la dimostrazione sovversiva non ebbero a subire le terribili conseguenze del processo.

Il popolo di Castelmola nel novembre del 1860 votava, riunito in seduta plenaria, nella chiesa non consacrata di Sant. Antonino (oggi Auditorium) plebiscitariamente l’annessione alla gran Madre Italia

In tutte le vicende in cui la Patria ha avuto bisogno, Castelmola, ha pagato il suo alto contributo con combattenti, che si sono prodigati e l'hanno servita fino alla morte.

Nella guerra 15-18 ha avuto 18 morti, parecchi feriti, invalidi e grandi mutilati. In quella 1940-45, per atti di valore sono state conferite la medaglia d’oro al brigadiere Calabrò e la medaglia d’argento a Peppino Leto, ambo e due caduti valorosamente in Grecia.

Nel 1941 il comando tedesco installò sul castello la stazione radio più potente del Mediterraneo, che vi rimase fino allo sbarco degli alleati (9 luglio 1943).

A mezzogiorno del 9 luglio 1943 alcuni caccia bombardieri inglesi sganciavano le prime bombe sul S. Domenico di Taormina, che proprio in quel giorno ospitava il comando tedesco in riunione.

Gli obiettivi furono raggiunti in pieno, ma non produssero danni alle persone, poiché la seduta del comando era stata sciolta proprio pochi minuti prima e le bombe colpirono con precisione soltanto il salone e la chiesetta del S. Domenico.

Ma l’impressione fu dirompente ed iniziò in gran fretta l’esodo della popolazione da Taormina e Castelmola verso le campagne ed i monti proprio dove, tanti secoli prima, gli avi avevano trovato scampo. I primi arrivati occuparono le casette modeste, o furono ospitati da conoscenti, o dalle famiglie dei luoghi.

Quelli che non lasciarono le proprie case furono profondamente provati alle 16,30 dello stesso giorno. Un numero enorme ci caccia americani sganciarono, a casaccio, tutto il loro carico esplosivo, che poteva, e forse doveva, distruggere completamente i due abitati.

Fortunatamente si era levato un forte vento di nord-ovest e, vuoi per questo, vuoi per l’imprecisione degli sganci sugli obiettivi, moltissime bombe andarono in mare, oltre le spiagge di Mazzarò e di Spisone, altre in campagna, ma le vittime, il panico, i feriti, le macerie furono tanti.

Un gran numero di ordigni, infatti, cadde sul popoloso rione di Cuseni (Taormina ) ed intorno al Duomo, provocando la distruzione completa di palazzi, case e delle chiese del S. Domenico, del Carmine, di S. Antonio Abate e di S. Francesco di Paola, con un gran numero di morti e feriti civili e militari. Castelmola rimase incolume per lo spostamento a sud subito dagli ordigni.

Molti Castelmolesi, che temevano anche per familiari ed amici di Taormina, assistevano al terrificante spettacolo, impotenti e disperati dai belvederi di Castelmola e a gruppetti si recavano fuori dal paese là dove erano gli sbocchi delle strade da Taormina, a chiamare a gran voce le persone per le quali temevano.

Tutti i pali telegrafici e telefonici, quelli dell’energia elettrica furono spezzati. Si rimase senza notizie e senza energia elettrica.

Nessuno seppe quel che era successo e quel che intanto succedeva in Sicilia. A sera, verso le 21, quando i pochi rimasti in paese presero a raggiungere le loro case in campagna, dove intanto era stata spedita la famiglia, che si era ingrossata per la fila di sfollati che chiedevano ospitalità, passando per la rocca della Madonna della Scala incontrarono il manipolo di tedeschi che da lì avevano sparato qualche raffica con i fucili mitragliatori sugli aerei e che adesso, raccolto il loro armamentario, stavano salendo su un camion per abbandonare le posizioni, che pure, senza danno, avevano occupato sul castello ed in paese.

Poi anche le campagne furono investite da un sibilante bombardamento, sotto una nuvola di razzi che rendevano i monti, le campagne e le case illuminate e che accrescevano il terrore. Nessuno prese sonno in quella notte indimenticabile e nelle altre successive, spaventose, che vi seguirono fino al 16 agosto 1943.

Il 14 agosto la terza armata del Generale Montgomery piazza le possenti artiglierie a Fiumefreddo ed apre un fitto fuoco sulle campagne, cioè sulle case di campagna di Castelmola, ove qualcuno aveva detto che si trovavano ancora nascosti rifugiati tedeschi.

Ore veramente tragiche per il pericolo al quale furono esposti gli abitanti rifugiatisi nelle campagne. Fortunatamente il cannoneggiamento durò poco perché al comandante Montgomery venne fatto sapere che il nemico aveva interamente abbandonato il paese e si era ritirato frettolosamente verso Messina.

Mentre i civili, sgomenti, si rifugiano in punti morti, nelle grotte, fatalità volle che un proiettile andasse a scoppiare proprio sull’apertura della grotta posta ai piedi del Monte Venere uccidendo l’insegnante Fortezza e ferendo alcuni che nella grotta avevano trovato rifugio.

Si chiude così un’altra pagina tristissima delle consorelle città, tanto strette nel comune destino, sempre amiche e unite.

Nel 1947 Castelmola, su petizione di un gruppo di volenterosi, guidati dal prof. Angelo D’Agostino, con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri ottenne l’autonomia da Taormina, perduta nel 1928. Nello stesso anno del 1947 vengono indette le elezioni amministrative, che videro in competizione due liste, S. Giorgio e Castello (così chiamate per i simboli presentati di S. Giorgio e del castello con tre torri).

Vinse la lista S. Giorgio che elesse, in consiglio comunale, con i suoi consiglieri, il Sindaco e la Giunta. Primo Sindaco di Castelmola, dal 1947 fu eletto il cav. Giuseppe Biondo. Ad oggi Castelmola ha avuto cinque Sindaci.

Con l’autonomia e per azioni degli amministratori del tempo, Castelmola ha ottenuto storiche realizzazioni, tra cui l’arrivo dell’acqua con la costruzione di un acquedotto consorziato Castelmola - Taormina, l’acquisto del Castello, aperto al pubblico, la monumentale piazza d’entrata, che ha sostituito quella, anch’essa molto bella, primitiva, la bitumazione dello stradale S.P. 10 Taormina Castelmola, l’edificio scolastico, le strade interne, quasi interamente rifatte in acciottolato di mare, la piazza Chiesa Madre mattonellata, il nuovo Municipio, la strada di sventramento

A. De Gasperi, il rifacimento di tutte le strade di campagna e la sistemazione delle pubbliche sorgenti, la realizzazione della strada Annunziata - Lumbia tagliata nella roccia e per gran parte carrabile, la strada Pietralia – Luppineria – Tifani - Conchi, l’elettrificazione delle contrade del territorio castelmolese e i telefoni pubblici e privati, condutture di acqua potabile in quasi tutte le contrade e in gran parte delle case private, il pubblico lavatoio, il campo di calcio.

La stragrande di queste opere e comunque quella che ha di fatto trasformato il Centro e l’economia di tutto il territorio, si è avuta tra il 1949 ed il 1956.

Tratto dal sito www.castelmolese.it (Castelmola Taormina e dintorni - Arturo D'Agostino).

Etimologia (origine del nome)

Il paese fu chiamato Mola fino al 1862. La prima parte del nome, ossia Castel, fa riferimento alla presenza di un castellum o castrum in zona, la seconda parte deriva dal latino mola (mola da mulino).

Il Comune di Castelmola fa parte di:

Regione Agraria n. 10 - Colline litoranee di Taormina

Club I Borghi più Belli d'Italia

Patto Territoriale Valle dell'Alcantara

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