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Domenica 15 Dicembre 2019

Raccuja

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Indirizzo: Piazza Castello, 2 – 98067 Raccuja (ME)

Telefono centralino:  0941663043 - Fax Municipio:0941663507

Stato: Italia

Regione: Sicilia

Provincia: Messina

Zona: Italia Insulare

Latitudine: 38° 3' 22,68'' N

Longitudine: 14° 54' 37,44'' E

Altitudine: 640 m s.l.m.

Superficie: 25,06 Kmq

Perimetro comunale:

Comuni limitrofi: Sinagra, Ucria, Floresta, Montalbano Elicona,San Piero Patti,Sant'Angelo di Brolo

Frazioni e località: Batiola, Campomilia, Fondachello, San Nicolò

 Abitanti: 1.116 abitanti (01/01/2013 - Istat)

Densità: 44,28 ab./km²

Nome di Abitanti: Raccuiesi

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 Codice Fiscale: 00275600831

Codice Istat: 083069

Codice Catasto: H151

Santo Patrono: Maria SS. Annunziata

Giorno festivo: 21 settembre

Descrizione Araldica dello Stemma: Blasone: di rosso, al leone d'oro, impugnante con le zampe anteriori la mazza d'argento, manicata di nero, capovolta. Ornamenti esteriori da Comune. (Disegnato da Massimo Ghirardi).

Gonfalone: drappo partito di bianco e di nero

Decreto: D.P.R. del 24 ottobre 1984

Da vedere:

Castello Branciforti

Il Castello Branciforti si erge nella parte alta del centro abitato, in una posizione non molto strategica ma fondamentale per il controllo della trazzera Regia che passava lì vicina.

Su antiche preesistenze probabilmente romane, il conte Ruggero d’Altavilla fondò una salda costruzione per la difesa dei luoghi appena conquistati e che poneva sotto suo diretto dominio.

Il castello, che per tutto il periodo Regio svolse le funzioni di difesa e di alloggio per i funzionari del Regno, si trovò, sotto la signoria degli Orioles, a subire importanti modifiche strutturali, miranti a trasformare l’antico fortilizio medievale in un Maniero che fosse in grado di ospitare una famiglia nobiliare del loro rango.

Con i Branciforti il Maniero divenne luogo di rappresentanza politico-amministrativa, fino a quando, con la caduta degli stati feudali, nel 1812, venne trasformato in carcere giudiziario, e tale restò sino agli anni ’60 del Novecento.

Dopo un periodo di declino ed abbandono, un restauro di fine Novecento ha ridonato lustro e splendore alla vetusto edificio.

All’esterno la struttura si presenta come un massiccio edificio quadrangolare, fiancheggiato da due torri circolari, delle quali una crollata.

Diverse porte, aperte nel XIX secolo quando la struttura venne trasformata in carcere, costituiscono l’accesso al piano terra.

Imponenti finestroni si aprono nella parte alta, in pietra arenaria.

Il piano terra si divide in due parti: a destra dell’ingresso stanno diversi stanzoni collegati l’uno all’altro da grandi arconi in arenaria, del XVI secolo: gli ambienti si articolano in varie stanze: queste, in periodo regio, erano adibite a locali per le guardie, mentre con i Branciforti divengono magazzini e vengono messe in collegamento gli uni con gli altri. In fondo, una stanza con l’antico selciato, era probabilmente a cappella.

A sinistra dell’accesso stanno, invece, le aule adibite a carcere giudiziario, che si insediò in antichi ambienti medievali, caratteristici per lo spessore delle mura; il piano terra della torre ha poi una antica volta a pseudo-cupola e funse, dall’Ottocento in poi, da dormitorio per i detenuti.

Il piano terra e il piano superiore sono messi in collegamento da un grande scalone in pietra arenaria. 

Da un grande portale anch’esso in arenaria, che è soprastato da uno stemma marmoreo dei Branciforti, di forma romboidale, si entra nella sala di rappresentanza, l’aula più vasta all’interno della struttura, ingentilita da un camino e da una volta a lunette sorrette da peducci in arenaria.

Dal lato monte si apre, infine, la vasta corte interna, nella quale si trova un antico pozzo di probabile fattura romana.

Chiesa Madre - Santa Maria del Gesù

Nel tessuto urbano dal caratteristico impianto medievale, quasi all’estremità dello stesso, si eleva la cinquecentesca costruzione della chiesa madre, una tra le più grandi della Diocesi di Patti: la sua edificazione non risale a prima del XVI secolo.

Un importante rifacimento è quello del 1804, che conferisce alla struttura un aspetto rigidamente classico; segue poi quello degli anni Trenta del Novecento.

La pianta è basilicale a tre navate. La facciata si presenta interamente rivestita da conci di arenaria locale.

È divisa in due ordini orizzontali, a loro volta scanditi, in senso verticale, da eleganti lesene sormontate da capitelli corinzi e poggianti su alti plinti.

Nella parte inferiore si aprono tre portali: quello centrale è il più grande ed è separato dai portali laterali da due coppie di lesene binate; i portali laterali sono sormontati da due finestre ovali, decorate a motivi floreali e terminanti in una conchiglia.

Una grande trabeazione sormonta i capitelli delle lesene; la parte sommitale della facciata è scandita anch’essa da lesene binate, che fiancheggiano la grande finestra centrale.

Alla sommità del tutto si apre il timpano, triangolare e spezzato di coronamento, con al centro un’elegante cimasa con stemma.

Tutto l’apparato architettonico e l’esatta copia della chiesa madre di Alì Superiore.

L’interno è diviso da due colonnati di sei colonne ciascuno, che segnano tre navate: le laterali sono inferiori per altezza e larghezza a quella centrale e sono coperte da cassettoni lignei.

Le colonne sono sormontate da eleganti capitelli corinzi, gli uni diversi dagli altri, con soprastante pulvino o “dado brunelleschiano”.

Il grande presbiterio è separato dalla navate centrale dall’arco trionfale, e in esso si conservano le opere più importanti della chiesa: tre statue marmoree del Cinquecento raffigurano San Sebastiano martire (di Rinaldo Bonanno, scultore raccujese), Santa Maria del Gesù (probabilmente di Battista Mazzolo, anche se non si esclude la paternità del Bonanno) e lo splendido gruppo scultoreo dell’Annunciazione: l’Angelo Gabriele porta l’annuncio della venuta di Gesù Cristo a una piissima Madonna, di fattura grossolana, ma che esprime una intensa e profonda religiosità.

Nel presbiterio trovano posto anche due sarcofagi nobiliari, del Seicento, contenenti uno le spoglie del Cavaliere di Malta Girolamo Giambruno, che volle la costruzione della grande chiesa, ed uno, in granito, anonimo, che secondo qualcuno conterrebbe le spoglie di Giuseppe Branciforte.

Infine una magnifica pala lignea della Madonna del Rosario (XVII secolo) e una tela del Tomasi si possono vedere lungo le navate laterali.

Chiesa San Pietro

La medievale chiesa di San Pietro, fondata per volere del barone Berengario Orioles giuniore nel XIV secolo, è stata costruita intorno ad una antica torre medievale, posta in posizione strategica: da essa, infatti, si gode di un’ottima visuale della vallata del Sinagra.

Attualmente la costruzione si presenta con una particolare pianta a due navate, poiché una è stata eliminata per la costruzione della via San Pietro nel 1761 o nel 1781, anno in cui venne rifatta la facciata, sobria e abbellita da una piccola scalinata.

La torre campanaria si articola in due piani più la cella campanaria vera e propria, edificata nel 1568, come testimonia una targa in arenaria posta nella facciata della torre stessa.

All’interno convivono, in modo del tutto insolito, due stili architettonici, quello romanico e quello gotico: un imponente colonnato romanico con archi a tutto sesto separa le due navate: i capitelli sono corinzi, mentre gli archi vicino l’altare maggiore sono ingentiliti da motivi geometrici ad “ansa di paniere”, di chiara matrice gotica.

Gli archi delle absidi sono, invece, a sesto acuto. All’interno si conserva un tabernacolo ligneo del Seicento, in smalto verde e dorato.

Convento dei Minori osservanti e Chiesa dell’Annunziata

Nella collina a Nord dell’abitato di Raccuja sorge il Cinquecentesco convento dei Minori Osservanti di San Francesco di Paola, dedicato all’Annunziata.

Del convento, chiuso anch’esso nel 1866, resta solo il vecchio pozzo, posto al centro del chiostro, mentre si conserva la preziosa chiesa: ad una navata, è dotata, all’esterno, di un elaborato e ben proporzionato portale barocco, con due colonne scanalate, poggianti su alti plinti e sormontate da capitelli corinzi: è ornato, inoltre, da una cimasa con piccole lesene anch’esse corinzie e da uno stemma araldico terminale.

All’interno è tutta rivestita da conci di pietra arenaria e scandita da lesene corinzie a determinare i vari archi delle cappelle; il tutto si conclude nel grande arco trionfale, al di sopra dell’altare maggiore, ornato da nicchie e sculture floreali. Un crocifisso settecentesco orna l’altare maggiore.

Chiesa e Convento del Carmine

L’ordine dei Carmelitani Calzati si insediò, in Raccuja, nel 1604, nei pressi del castello: venne innalzata una piccola chiesa, poi ampliata nel XIX secolo, insieme a un importante convento, in funzione sino al 1866, quando venne chiuso a forza di legge.

Di esso non resta traccia, mentre la chiesa, restaurata di recente, si articola in una navata ed è affiancata da un alto campanile.

La facciata è sobria ma scandita da due lesene che scendono dalla trabeazione; è, inoltre, impreziosita da un portale scolpito a motivi geometrici.

Sopra il portale d’accesso si trova lo stemma dell’ordine Carmelitano, che reca la data di 1855, anno in cui la chiesa fu risistemata.

All’interno si conservano alcune opere d’arte: all’altare maggiore, un tempo ligneo e ornato da colonne tortili, si trova la preziosa statua lignea della Madonna del Carmelo, datata 1726 e rivestita in lamine d’oro; in un altare laterale, invece, trova posto un statua, anch’essa lignea, della Madonna Nera del Tindari, del Settecento.

Monastero Basiliano di San Nicolò

L’antichissimo Monastero basiliano del San Nicolò è, probabilmente, la più antica struttura della cittadina: fondato in periodo bizantino, di esso si anno notizie certe dal 1091, quando il conte Ruggero lo ripristinò dopo anni di abbandono (sotto il dominio degli Arabi) e lo consegnò all’abate Nicodemo. 

L’appellativo del Fico deriva dal greco “elafos”, che significa “cervo”: il colore della pelle di San Nicolò, vescovo di Mira, era bruno, dunque simile alla pelliccia del cervo. Il monastero crebbe di importanza nei secoli successivi, ed è nominato dal Fazello, dal Pirri e dall’Amico, che lo definiscono uno tra i più floridi del Val Demone.

Nel 1501 l’abate diviene Commendatario con diritto di voto al Parlamento Siciliano. Aveva come chiese suffraganee San Clemente e Santa Maria de Peregrino in Ficarra (donazione fatta nel 1486 da Pietro Lancia, Barone di Ficarra), San Leone in Sinagra e Santa Maria de Medio Augusto in Piraino.

La chiesa si presenta ad una navata, ed all’interno è abbellita da un grande arco trionfale in arenaria, scolpito a motivi floreali; conserva, inoltre, una preziosa tela, raffigurante il martirio e l’estasi di San Basilio Magno, del XVII secolo.

Il monastero fu trasformato, dopo il 1866, anno della chiusura, in abitazione privata.

 

Festa Patronale:

 Si svolge il 21 settembre di ogni anno, vede la devozione alla Madonna Annunziata manifestarsi ormai da tanti secoli: una settimana di preparazione si alterna ora in momenti di mera e devota preghiera, ora, invece, in canti mariani locali.

Il 18 settembre il pesante simulacro marmoreo della Madonna Annunziata viene prelevato dall'altare e posto sul suo carro trionfale attraverso una macchina lignea, che permette la discesa stabile e sicura della statua.

Ma è il giorno 21 che si concentrano le celebrazioni e gli eventi maggiori: il pontificale delle ore 11 raduna l'intera comunità in chiesa madre, mentre nel pomeriggio si svolge la processione, che si snoda per le vie del paese e che vede il simulacro ricoperto del manto d'oro benedire la popolazione. Alle ritualità religiose fanno, però, da contorno anche manifestazioni laiche, che si svolgono la sera in piazza del Popolo.

Altre feste religiose da segnalare sono quella dei SS. Cosma e Damiano, la terza domenica di ottobre, in cui è la "Fiera" al centro delle manifestazioni laiche, la processione dell'Immacolata concezione e la caratteristica processione della Madonna Odigitria.

È quest'ultima un'antichissima usanza, di derivazione bizantina ma con riferimenti al culto del dio Bacco, di ascendenza greco-sicula: il martedì dopo Pasqua il simulcro della Madonna "Guida del Cammino" viene condotto presso un'altura vicino al borgo, il Colle dell'Itria appunto, nel quale una comunità di religiosi abitava sino al XIX secolo, e vi si trovava una chiesetta di origini bizantine.

Dopo la benedizione dei campi, viene consumato un pasto a base di prodotti tipici del tempo pasquale, le cosiddette "collure", diffuse in tutta la Sicilia, e le "nuvolette", dolci a base di uova e zucchero, tipica ricetta del paese.

 Eventi Culturali:.

Il 1° maggio, festa del Lavoratore, nella quale in passato la massa operaia sfilava numerosa per le vie del paese seguendo il percorso inverso a quello delle processioni religiose, e l'Estate Raccujese, che si svolge nei mesi di luglio, agosto e settembre, con rassegne teatrali, raduni bandistici, e convegni culturali.

Eventi Gastronomici:

Sagre tipiche (famosa è quella dei Maccheroni, il 13 agosto)

Eventi sportivi:

Curiosità:

Mercati e mostre:

Risorse:

Gran parte del territorio di Raccuia è coltivato a noccioleto.

Ancora oggi, infatti, la principale fonte di reddito per questo piccolo centro dei Nebrodi è costituita dall'agricoltura (ulivi, cereali, frutta) e dall'allevamento di ovini e bovini che permette la produzione di rinomati formaggi freschi.

Buone potenzialità di sviluppo, infine, avrebbe l'attività agrituristica facilitata dalle bellezze paesaggistiche e dalla possibilità di piacevoli escursioni nel territorio.

 Centri culturali:

Numeri Utili:

Siti nel Comune:

http://www.bandadiraccuja.it

http://www.ponteduearchi.it

Impianti sportivi:

Strutture Ricettive:

Azienda Agrituristica Ponte due Archi c.da Gridà – cell. 328.7182465

Personaggi Illustri:

Rinaldo Bonanno(1545-1590), scultore e architetto Raccujese, nacque nel 1545 e morì a Messina nel 1590. Apprezzato artista, fu autore di numerose statue lignee e marmoree, che si ritrovano maggiormente nelle chiese di Sicilia e Calabria meridionale: fu grande rappresentante del gusto rinascimentale, ancora legato all'impostazione tardo gotica, che si esprime nei ricchi panneggi delle figure; riesce a plasmare, però, anche delle figure corpulente, che risentono, nella muscolatura, dei moderni studi di anatomia condotti nel periodo: è il caso del mirabile San Sebastiano, ospitato nella chiesa madre di Raccuja, che esprime nella sua tensione muscolare il dolore e gli spasmi provocati dal martirio;il volto è però come estasiato, partecipe del dolore del corpo ma volto essenzialmente allo spirito, con tutta la fede nel Creatore e la consapevolezza della Salvezza.

E', inoltre, un eclettico architetto, autore, tra l'altro, della facciata della chiesa Madre di Alì Superiore(1584), alla cui impostazione scenografica si rifà anche la chiesa Madre di Raccuja.

Nicolò Serpetro (XVII secolo), filosofo della natura, nacque nel 1606 e morì a Rocca Florida nel 1664, forse avvelenato.

Le cause del presunto assassinio vanno ricercate nella volgare invidia che alcuni intellettuali del tempo nutrivano per Serpetro, in quanto fu nominato "la Fenice degli ingegni": era, infatti, in grado di ricordare parola per parola le opere classiche dei più grandi scrittori latini e italiani; riusciva a dettare quattro lettere diverse ad altrettanti amanuensi contemporaneamente, senza perdere il filo logico degli argomenti dettati.

Ma il filosofo divenne famoso nel mondo della cultura con l'opera Il Mercato delle Maraviglie, in cui espone numerosissimi segreti della Natura, verso la quale lo sospingeva un afflato di passione, in un coinvolgimento dal sapore dionisiaco.

A causa di quest'opera il Serpetro fu accusato di eresia e pratiche di magia occulta dal Tribunale della Santa Inquisizione di Palermo, dal quale fu condannato al carcere. Scrisse, inoltre, altri lavori, tra i quali figurano le Osservazioni Politiche e Morali sulla vita di Marco Bruto, traduzione di un'omonima opera spagnola.

Come agli afferma nel suo Mercato, fu discepolo del grande Tommaso Campanella: pertanto si può a buon diritto inserire in quella parentesi Naturalistica che, da Telesio a Campanella, passando per il famoso Giordano Bruno, coinvolse gli intellettuali del Meridione d'Italia nell'ultima fase della filosofia Rinascimentale.

Francesco Catena(prima decade del 1600-1673), avvocato e uomo di grande cultura, fu apprezzato per la sua acutezza di ingegno, per la sua integrità morale, per il suo essere uomo prudente, accorto e giusto; doti che furono tali da essere chiamato a ricoprire incarichi di prestigio: prima Procuratore della Magna Regia Curia e poi Procuratore Fiscale.

Uomo di cultura letteraria, trova un posto di rilievo nella Raccolta di autori della letteratura siciliana, intitolata Le Muse Siciliane per opera di Giuseppe Galeano; in tale raccolta il Catena viene indicato come autore di canzoni siciliane burlesche e sacre.

Di Francesco Catena abbiamo qualche notizia anche nella Biblioteca Sicula sive de scriptoribus siculis di Antonio Mongitore ma quelle di Galeano sono meno scarne. Ambedue ricordano che il Catena è nato, in data non precisata, forse nella prima decade del 1600, a Raccuja, ma che sin dalla più tenera età visse a Palermo dove studiò e si affermò, secondo quanto scrive Giuseppe Galeano, nelle lettere, nella filosofia e ottenne la laurea del Dottorato nelle leggi. Morì a Messina nel 1673

Come si arriva:

Strade Statali Raccuja è a pochi chilometri dallastrada statale 113che collega Trapani con Messina e dallastrada statale 116che mette in collegamento Capo d'Orlando con Randazzo (Ct).

FF. SS: Stazione di riferimento: Brolo-Ficarra. Distanza dal centro: 30 chilometri

 Cenni storici:

Anno 1091: Il Gran Conte Ruggero D’altavilla dà inizio alla fondazione del paese

Le origini del paese di Raccuja si fanno risalire alla fine del XI secolo, al tempo, cioè, della discesa dei Normanni nella Sicilia e della loro conquista dell’isola.

Secondo fonti leggendarie, che si intrecciano con le vicende storiche del tempo, il Gran conte Ruggero d’Altavilla si trovò a combattere contro i Saraceni nella valle dove oggi è sito il borgo.

Qui, dopo una sanguinosissima battaglia, il Conte riuscì a prevalere sui nemici ed elevò, in ringraziamento al Signore, un luogo sacro, intitolato a San Nicola, vescovo di Mira.

Il luogo sacro venne poi, dallo stesso conte, affidato ai monaci basiliani, guidati dall’egumeno Nicodemo, al quale lo stesso consegnò il monastero e diede in affidamento le terre circostanti.

Per quanto riguarda i documenti pervenutici, nulla ci è dato sapere sulla battaglia tra il Gran Conte e i Saraceni.  

Ma, certamente, è il monastero di San Nicola il monumento più antico della cittadina: esso, probabilmente antecedente allo stesso Ruggero, dopo due secoli di decadenza e oblio causati dall’occupazione musulmana, è stato interessato da una munificenza (datata 1091), fatta dal regno normanno, per portare avanti quell’opera di cristianizzazione dell’isola operata dall’ordine monacale di San Basilio.

Da ricondurre, inoltre, alla discesa in Sicilia del Gran Conte è sicuramente l’ampliamento di un piccolo insediamento urbano alle falde di monte Castagnerazza, che ora trovava il suo perno nel fortilizio normanno, edificato per la difesa dei luoghi da poco conquistati.

 1091-1296: Origine del nome Dominio Regio

 Il nome di Raccuja (lat. Raccudia) compare per la prima volta in un documento datato 1271, dunque riferibile alla fase della dominazione Angioina. 

Diversi secoli dopo il Pirri, nel descrivere il monastero di San Nicola del Fico, usa queste parole: “dicto de Ficu, ad 500 p. a novi nominis oppido Raccuja”. Tempo dopo lo storico Amico riprenderà le stesse parole dell’Abate netino, affermando che “Raccuja è appellato di novello nome dal Fazello e dal Pirri, cioè dal tempo dei Saraceni, poiché costa averlo fabbricato il conteRuggero presso il cenobio basiliano di San Nicolò del Fico…”.

Ciò testimonia come il borgo fu chiamato solo in un secondo momento Raccudia, con le varianti Raccuglia, Recusia, Roccaglia e poi Raccuja; dell’appellativo precedente, però, non si conserva testimonianza in alcuno scritto.

Il periodo che va dalla fondazione (1091) al 1296 è interessato dalla dominazione Regia: Raccuja era dunque sottoposta al diretto controllo del monarca e non era soggetta all’autorità di alcun signore feudale.

In quegli anni il centro cittadino si estese considerevolmente e la formazione di nuovi quartieri coincideva, pressoché, con la fondazione di chiese o con l’edificazione di presidi militari: ciò accadde per la chiesa di San Giovanni, nella parte bassa del borgo e per la “Torre Vecchia Ruggero”, detta anche “Rabbica”, che spostò il polo centrale del borgo dalla zona del Castello a quella sottostante, più pianeggiante e meglio edificabile.

 1296-1418: Il governo degli orioles, da Berengario Orioles a Berengario Orioles Giuniore

 A partire dall’anno 1296, dopo la rivolta dei Vespri Siciliani del 1282, il possesso regio di Raccuja venne venduto alla famiglia Orioles, che tenne il potere sino al 1507.

Raccuja venne elevata a Baronia e il primo signore fu Berengario Orioles: quest’ultimo, proveniente dalla Spagna in seguito alla guerra del Vespro, ricevette, come merito ai servizi resi al re Pietro Primo d’Aragona, il nuovo feudo raccujese.

Da lui la baronia passò prima al figlio Manfredi e poi all’omonimo nipote, il quale, trovatosi a reggere la terra nel periodo in cui i baroni, capeggiati dalla potentissima famiglia dei Chiaramonte, congiurarono contro il re Martino Primo, venne allontanato dal feudo avito, che gli fu confiscato (1393). Ma qualche anno dopo, nel 1396, fu rimesso in grazia dallo stesso re, e si vide ritornare il feudo, insieme ad altri privilegi e donazioni.

Il secolo XIV, dunque, interessato dal governo degli Orioles, vede il Castello ingrandito ed ampliato per ospitare la famiglia del feudatario; viene, inoltre, edificata la chiesa di San Pietro, costruita intorno all’importante torre medievale, che, al suo interno, sovra una colonna, reca inciso l’emblema degli Orioles.

1418-1507: I Baroni Orioles reggono le sorti della cittadina

 Il governo della famiglia Orioles interessa anche tutto il XV secolo: si succedono quattro Baroni e una Baronessa (Cecilia Orioles Staiti), i quali, nell’imparentarsi con grandi famiglie feudali, accrebbero la loro influenza e il loro patrimonio.

Singolare è il caso di Pietro Sancio Orioles Valguarnera, il quale tenne la Baronia per quasi trent’anni ( dal 1453 al 1479) e, in seguito cedette il feudo, prima al figlio Alfonso, che governò per poco tempo essendo morto in giovane età; in seguito, nel 1507, il barone Pietro nominò erede universale la figlia Cecilia, che morì lo stesso anno, costringendo il padre a vendere la Terra alla famiglia Valdina.

 1507-1552: La transizione e il secolo del rinascimento

 Fu Andrea Valdina a governare la Baronia nel periodo in cui, nel resto d’Italia, prendeva piede lo splendido Rinascimento: personaggio illustre e aperto alle nuove tendenze, politiche ed artistiche, contribuì a preparare un fertilissimo “terreno” dal quale i Branciforti avrebbero poi tratto i frutti migliori. Per quanto potè, date le scarse finanze della cittadina, modernizzò l’agricoltura, sviluppando quella tendenza di coltivazione “intensiva” che ancor oggi domina l’agro di Raccuja; consigliò l’edificazione di nuovi quartieri fuori dall’antico centro cittadino, che probabilmente era delimitato da una sorta di mura, quali i primi impianti di quartiere San Pietro, sotto la medievale chiesa omonima, e quartiere Fossato, a settentrione dell’abitato, in una zona che, probabilmente per la naturale pendenza, fungeva da fossato della cittadina medievale e da difesa per il borgo stesso. Dopo di lui fu il figlio Francischello a reggere la Terra Raccujese, fin quando , nel 1522, questi non vendette la Baronia a Bernardo La Rocca, il quale se ne investì nel febbraio 1543; dovette però lasciare la Terra dopo qualche anno, per i continui disordini popolari.

 1522-1630: L’ascesa dei branciforti e il fulgore della contea raccujese

 A metà del Cinquecento la cittadina, da tanto tempo sottoposta a regime feudale e passata in mano a quattro famiglie nobiliari, stanca dei vincoli feudali, levò il capo e siribellò al La Rocca, che fu costretto a scappare: il popolo chiedeva un ritorno al Dominio Regio, tanto vagheggiato e mai ottenuto dopo che il Vespro siciliano ne aveva decretato la fine a Raccuja.

Il popolo raccujese, però, non aveva il danaro disponibile per riscattare la propria terra e quietanzare il La Rocca: pertanto la rivolta si trasformò in un vano gemito disperato, che si risolse in una ennesima sottomissione a vincoli signorili: ma questa volta Raccuja aveva la possibilità di legarsi alla famiglia più ricca ed eminente del regno di Sicilia, che aveva l’onore di precedere il Re nei solenni cortei pubblici e i cui esponenti, Grandi di Spagna e Principi di alcuni tra i feudi più ricchi di Sicilia, avevano il diritto di stare in piedi alla presenza del sovrano.

Fu, infatti, Nicolò Branciforti a riscattare la Baronia dal La Rocca e ad elevarla a Contea. 

La cittadina ripagò il nuovo signore con un trionfo culturale che, nella sua storia, non ebbe e non avrebbe avuto più pari: fu elevata la grande Chiesa Madre e costruiti i palazzi più imponenti e ricchi del borgo (edifici privati attorno all’attuale piazza XXV aprile); si insediarono svariati ordini monastici (Benedettini, Minori Osservanti di San Francesco di Paola); nacquero le più illustri glorie cittadine: lo scultore Rinaldo Bonanno, il grande filosofo Nicolò Serpetro, il letterato Rufino Scaciotto.

 XVII Secolo: Il Secolo Barocco e Giuseppe Branciforti

Al 1604 risale la fondazione del convento dei Carmelitani Calzati. Alla guida del feudo subentrarono Orazio, Giuseppe e Nicolò Placido, i quali incentivarono soprattutto la produzione ed il commercio della seta: tra il 1600 ed il 1653, secondo stime del Thimothi Davies, Raccuja produceva circa 6.500 libbre annue di seta, di cui 5.800 vendute sul mercato esterno di Messina e Palermo e 700 destinate al consumo interno.

A tale egemonia nei commerci subentrò anche una certa importanza politica, quando il nuovo signore, Giuseppe Branciforti, fu insignito dal vicerè della carica di pretore di Palermo; ma, deluso da squallide trame di corte, che lo avevano visto privato dell’eredità della principessa di Butera, Margherita, in favore dell’omonimo cugino, il conte di Mazzarino, si ritirò in un edificio fortificato in una contrada vicino Palermo, detta “Bagarìa”.

La sua dimora costituì il primo nucleo abitativo della città che verrà poi detta Raccuja Nuova, l’odierna Bagheria e sarà in seguito scelta come privilegiato luogo di villeggiatura dalle più grandi famiglie aristocratiche del Settecento. Raccuja, che si guadagna anche il titolo di “madrepatria”, anche sotto la guida del nuovo signore, Nicolò Placido, continua a vivere il suo periodo più fulgido

 1727-1812: Da Caterina Branciforte alla caduta degli stati feudali in sicilia

 Dopo la morte del padre Nicolò Placido, Caterina diventa il nuovo conte di Raccuja nel 1727: l’unico feudatario donna a guidare il paese, lasciò nella memoria delle genti del luogo un felicissimo ricordo, per le doti magnanime, per l’eccezionale bontà e per le numerose azioni caritatevoli verso la popolazione.

Ella, grande di Spagna di Prima Classe, istituì, col proprio denaro, un sostegno alle giovani nubili e vedove dei paesi di Raccuja, Pietraperzia, Mazzarino, Butera e Leonforte. In questi paesi le successero, quand’ella era ancora in vita, le sorelle Beatrice e Maria Rosalia, ed ella restò contessa della sola Raccuja sino alla morte.

Dopo di lei Salvatore ed, infine, Ercole Michele guidarono le sorti della cittadina, sino al 1812, anno in cui il Parlamento Siciliano decretò l’abolizione di tutti i possedimenti feudali nel Regno e la fine di tutti i privilegi che all’aristocrazia ne derivavano.

XIX SECOLO: dal nuovo assetto amministrativo all’annessione al Regno d’Italia

Dal 1812 Raccuja si trovò, dunque, sciolta dai secolari vincoli feudali che la condizionavano ormai da più di cinque secoli: tutti gli immensi possedimenti dei Branciforti vennero acquistati dalle più abbienti famiglie del luogo, e ciò comportò la creazione di quell’importante ceto di grandi proprietari terrieri che tanto condizionerà la vita dellacittadina.

Queste numerose famiglie di possidenti, nel 1856, fondarono una “Camera di compagnia nel Piano di Sant’Antonio”, attuale circolo Barnard, luogo di riunione, di gioco e di cultura, che fu al centro della vita politica della Raccuja dell’ Otto e Novecento.

Grande ruolo politico fu rivestito allora dal Barone Francesco Paolo Picardi, chiamato a guidare il Comune nel 1848 e nel 1860. Sebbene a Raccuja non ebbe grande eco l’epopea garibaldina, al referendum del 1860, nel quale si votava circa l’annessione o meno al regno d’Italia, su 450 voti, quelli positivi furono 450.

Il potere dei Proprietari terrieri diviene, però, illimitato, quando, nel 1866, vengono chiusi tutti i conventi e i monasteri del Regno, compresi quelli di Raccuja, e le terre di questi vengono spartite tra Li Perni, Natoli, Angotta, Picardi e Giuliani, che divengo veri e propri “latifondisti”. Il giudice Circondariale di III classe, derivante dall’ufficio feudale di Mero e Misto Impero, divenne, sotto i Savoia, Pretore.

XX Secolo: da Giolitti Alla Dittatura, Al Secondo Dopoguerra

Il Novecento si apre, per Raccuja, con un’altra “età dell’oro”: nel 1906 Francesco Paolo Picardi è ministro dell’Agricoltura del nuovo governo Giolitti.

Nella cittadina sono presenti: l’ufficio della Pretura; l’Ufficio di Registro; il Monte Agrario, fondato da Francesco Romeo già nel XVII secolo; il Monte di Pietà, creato agli inizi del XIX secolo; la Congregazione di Carità; l’Ufficio Postale; l’ufficio per la riscossione dei Dazi Doganali; il carcere Giudiziario, nei locali del vecchio castello.

Sotto la dittatura fascista Raccuja registra il massimo numero di abitanti mai raggiunto (5012), riapre la grande chiesa madre, da molti anni in rovina; il potere però, come è naturale, restò in mano ai grandi possidenti, senza alcuna apertura alla popolazione restante.

Durante il secondo conflitto mondiale a Raccuja gli abitanti sono costretti a rifugiarsi nelle campagne circostanti.

Solo nel secondo dopoguerra e con la Repubblica il potere è equamente distribuito e la politica paesana, come quella Nazionale, è articolata in DC (con sede nel vecchio Circolo dei Nobili), PCI (che si insediò nella nuova Camera del Lavoro) e in Partito Socialista.

Etimologia (origine del nome)

La sua origine è incerta, potrebbe essere un composto dell'araborahl, casale, ekudya (h), collina. Secondo altri potrebbe derivare dal dialetto siculocuddia, "cono vulcanico".

Il Comune di Raccuja fa parte di:

Regione Agraria n. 2 - Nebrodi nord-orientali

Associazione Nazionale delle Città della Nocciola

Fonte: http://www.comune.raccuja.me.it/

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